Barnard: dimettetevi, per salvare il cambiamento promesso

Non vi lasciano lavorare? E allora dimettetevi: solo così, dopo nuove elezioni, potrete finalmente varare il “governo del cambiamento”, quello vero, che risolleverà l’Italia, sottraendola alla morsa di Bruxelles. E’ scettico, Paolo Barnard, sulla faticosa guerra di trincea nella quale sembrano invischiati Lega e 5 Stelle, letteralmente imbrigliati da un establishment ben deciso a impedire qualsiasi rottura dei vincoli Ue, ben sapendo che proprio il rifiuto del rigore di bilancio è indispensabile per finanziare Flat Tax e reddito di cittadinanza. «Doveva essere il “governo del cambiamento”, e già dopo soli due mesi è diventato il “governo del meglio di niente”», scrive Barnard nel suo blog. «E’ esattamente dal governo Amato del 1992, passando per Prodi, D’Alema, Berlusconi, i ‘tecnici’ e Renzi – aggiunge – che ci fanno vivere i #governidelmegliodiniente, cioè i soliti esecutivi impiccati ad aule parlamentari da mercato-delle-vacche, e dove gli elettori vincenti si contentano della logica “Ok, ma è sempre meglio che avere gli altri”. E sono esecutivi che mai nulla di concreto hanno dato all’Italia, infatti qualcuno provi a citare una sola riforma in positivo degli ultimi 26 anni che sia ricordata nella cultura politica, nel welfare, nel lavoro e nei portafogli italiani come uno spartiacque. Zero, solo una e tragicamente in negativo: la perdita della moneta sovrana lira con l’adesione all’euro».

La rottura – almeno nelle promesse – è finalmente arrivata con le elezioni del 4 marzo 2018: la Lega che annuncia la volontà di uscire dall’euro e di metter fine agli sbarchi illimitati dei migranti, e i 5 Stelle che annunciano «lo storico ritorno dell’Italia Barnardall’espansione della spesa pubblica contravvenendo le austerità della Ue». Due mesi dopo il voto nasce il governo Conte, ma si scopre che «non esiste accordo fra i due partiti di maggioranza sulla ripresa delle sovranità italiane perdute in Ue e su una Italexit dall’Eurozona». Non solo: «Non esistono i numeri in Parlamento per snelli voti di maggioranza per una vera governabilità». Peggio: non c’è traccia, nel governo gialloverde, «di una strategia dal potere di fuoco sufficiente per neppure minimamente arginare il potere di Bruxelles di schiacciarci al primo segno di disubbidienza». Sia il presidente del Consiglio che il fondamentale ministro delle finanze «sono due pragmatici interamente allineati allo status quo del “rigore dei conti” di Bruxelles e dei “mercati”». E la disponibilità di cassa del nostro Tesoro, sempre denominata in euro, «rimane catastrofica e asfissiante». Secondo Barnard, non occorre un politologo per capire che tutto questo «porta con certezza matematica alla semi-paralisi di governabilità, e di conseguenza all’altrettanto certo deragliamento di due delle promesse primarie, le quali a loro volta trascinano nell’oblio grandi fette del noto “contratto” per il “governo del cambiamento”».

Per Barnard, questo esecutivo è destinato ad annaspare a ogni proposta, decreto, voto, conto di cassa. Non ha chance, nel confronto con l’Europa: «Ciò sarà lampante nella prossima legge di bilancio, come d’altro canto ha detto chiaro il ministro Tria al G20 col lapidario “Manterremo ovviamente quei limiti di bilancio necessari per conservare la fiducia dei mercati”: cioè addio rinascita dei grandi interventi nell’interesse pubblico, ma solo micro-manovre, tagli di qui e mancette di là, piccola cosmesi politica esattamente come fu destino dei #governidelmegliodiniente di Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni». In particolare, sempre secondo Barnard, «è deceduta ogni velleità sovranista di una Italexit dall’Eurozona». Conclusione a cui Barnard perviene dopo un lungo scambio col leghista Claudio Borghi, ora presidente della commissione bilancio della Camera. Borghi«La linea dell’economista della Lega, messo di fronte a quanto sopra, è di ammettere la semi-paralisi per mancanza di governabilità, per poi però affermare che sia lui che l’altro economista anti-euro, Bagnai, e naturalmente Salvini, rimangono nel Palazzo per costruire dall’interno la riscossa contro l’Europa».

Argomentazione insulsa, secondo Barnard: significa arrampicarsi sugli specchi, pur di non ammettere la cocente realtà. Ovvero: in aula non ci sono i numeri, per un vero cambio di marcia. E, nel caso si trovassero, come farebbero i leghisti – lottando in minoranza dall’interno – ad allestire «le difese finanziarie dell’Italia contro le ‘atomiche’ di Bruxelles e dei mercati», dovendo fare i conti con Tria e la Banca d’Italia che remano contro? E in queste condizioni, come potrebbero «estorcere all’Ue gli allentamenti dei soffocanti vincoli di bilancio con cui poi finanziare il “contratto” per il “governo del cambiamento”, quando Conte ha confermato appieno tutti quei vincoli firmando il Semestre Europeo?». In assenza di risposte, a Barnard «si riconferma il sospetto che i tre eminenti ‘Padani’ alla fine siano solo incollati alle poltrone». Fra l’altro, Borghi ha ammesso che un sistema di potere cementato su posizioni avverse – come lo sono oggi ampie fette delle due Camere, con Bankitalia e Tesoro – non si può cambiare dall’interno. «Lo disse, in un clamoroso paradosso, riferendosi proprio all’ipotesi che una vittoria elettorale avesse proiettato lui, Bagnai e BagnaiSalvini in un governo costretto a lavorare dall’interno per cambiare l’Europa, cosa infatti accaduta». Ammise Borghi: «Io posso provare a mentire agli elettori e dire: vinciamo e vediamo di cambiare l’Europa dall’interno, ma sarebbe marketing». E oggi, dunque?

Se Di Maio, Salvini, Borghi e Bagnai fossero davvero stati «materiale inedito per i consolidati rituali della buffonesca politica italiana, a fronte di numeri parlamentari così disastrosi non avrebbero dovuto neppure accettare gli incarichi», scrive Barnard. Lega e 5 Stelle «avrebbero dovuto denunciare al paese l’ingovernabilità che costringe a tradire il “contratto”». Ergo: nuove elezioni, alla ricerca dei numeri per poterlo fare davvero, il “governo del cambiamento”. Ora, sostiene Barnard, «possono ancora strappare l’ultima dignità dimettendosi oggi, a seguito di una clamorosa denuncia di chi fra i loro ranghi rema contro la piena realizzazione del loro “contratto” coi cittadini». Secondo il giornalista «sarebbe, per la prima volta dal 1948, un segnale di tale dirompenza e straordinaria fedeltà agli elettori che questi, con ogni probabilità, tornerebbero alle urne a dargli esattamente la maggioranza che serve al paese: allora sì che sarebbero presi sul serio, sulle loro tre promesse primarie in campagna elettorale». Ma non accade e non accadrà, profetizza Barnard, perché sono gli stessi elettori gialloverdi a dimostrarsi felici di avere un bel “governo del meglio di niente”, illudendosi che il “meno peggio” basti per “costruire dall’interno la riscossa contro l’Europa”, col paese che intanto perde l’ennesimo treno.

Fonte: libreidee

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