Reddito di cittadinanza: è il piano (infernale) degli oligarchi

Mark Zuckerberg non ha bisogno di presentazioni: mister Facebook vale 64 miliardi di dollari. Altro paperone-prodigio: il sudafricano Elon Musk, patron di Tesla e Space-X. Cos’hanno in comune, a parte i giacimenti aurei? La fede nel reddito di cittadinanza. La pensano così anche l’americano Richard Branson della Virgin e il canadese Stewart Butterfield, l’inventore della banca-immagini Flickr e di Slack, applicazioni per messaggerie. Uomini d’oro e potenti oligarchi, improvvisamente anche umanitari: si stanno battendo a favore del reddito di base garantito, osserva Chris Hedges, a lungo corrispondente estero del “New York Times”. «Sembra che siano dei progressisti e che esprimano queste loro proposte con parole che parlano di morale, prendendosi cura degli indigenti e dei meno fortunati». Ma dietro questa facciata, scrive Hedges, c’è una cruda consapevolezza: soprattutto la Silicon Valley «vede un mondo – quello che questi oligarchi hanno contribuito a creare – tanto iniquo che i consumatori di domani, che dovranno sopportare la precarietà del lavoro, salari sotto i minimi, l’automazione e la schiavitù di un debito che blocca tutto, non saranno in condizione di spendere abbastanza per comprare i prodotti e i servizi offerti dalle grandi corporations».

Questi oligarchi non propongono cambiamenti strutturali, premette Hedges, in un’analisi su “Opednews” tradotta da Bosque Primario per “Come Don Chisciotte”. I nuovi boss dell’hi-tech non sono impazziti, non sono diventati “buoni”. «Non vogliono Chris Hedgesche le imprese e il mercato siano regolamentati. Non stanno dalla parte dei sindacati. Non pagheranno un salario di sussistenza per il lavoro forzato nel mondo in via di sviluppo o per gli operai americani che lavorano nei (loro) magazzini e nei centri di spedizione, guidando un camioncino per le consegne. Non ci pensano proprio a chiedere una istruzione universitaria gratuita, una politica di sanità universale o pensioni adeguate». Quegli oligarchi, aggiunge Hedges, «cercano piuttosto un meccanismo per continuare a sfruttare lavoratori disperati che guadagnano salari di sussistenza, gente che possono assumere e licenziare quando vogliono». Sfruttamento ottocentesco: «Le fabbriche e quei gironi infernali che esistono in Cina e nei paesi del mondo in via di sviluppo, dove i lavoratori guadagnano meno di un dollaro l’ora, continueranno a sfornare prodotti per gli oligarchi, che continueranno a gonfiare la loro già oscena ricchezza». Sicché, l’America «continuerà a diventare sempre più una desolata area industriale».

Semplicemente, scrive Hedges, «gli architetti del nostro neo-feudalismo chiedono al governo di pagare un reddito di base garantito, per continuare a nutrirsi come sciami di pesci cannibali che si divorano tra loro». In altre parole: coma farmacologico, per tenerci in vita artificialmente, nel nuovo girone infernale che gli oligarchi stanno fabbricando. Niente di così nuovo, come idea: il guru della peggior destra economica che ha vampirizzato l’Europa, l’austriaco Frederich von Hayek (Premio Nobel) teorizzò la riduzione del welfare in termini di assistenza caritativa interessata, il minimo sindacale per impedire che la fame della plebe inneschi rivolte pericolose per l’establishment. Gli fece eco, da Chicago, il caposcuola del neoliberismo: Milton Friedman, uno dei padri dell’attuale catastrofe sociale, fu il primo a parlare di reddito garantito, mangime zootecnico per evitare l’estinzione del consumatore. «Aumentare il salario minimo o creare un reddito di base non servirà a niente se gli hedge fund si comprano le case pignorate e tutti i brevetti farmaceutici, e se lo faranno aumentano i David Harveyprezzi (in certi casi in modo astronomico) solo per riempirsi le tasche in proporzione con la crescente e necessaria domanda effettiva», scrive il sociologo britannico David Harvey.

Aumentare le tasse universitarie, imporre tassi d’interesse usurai sulle carte di credito e sulle spese nascoste nelle bollette telefoniche e nell’assicurazione medica? «Sono tutti modi per rimangiarsi subito qualsiasi beneficio concesso», afferma Harvey. Alla gente servirebbe «un intervento per definire regole severe per controllare queste spese esistenziali, per limitare l’enorme appropriazione di ricchezza che si verifica nel momento stesso in cui la ricchezza si crea». Non è sorprendente, aggiunge, scoprire quanto si capiscano bene tra di loro questi “venture capitalist” della Silicon Valley, «quando propongono e sostengono il reddito minimo di base: sanno che le loro tecnologie stanno buttando milioni di persone fuori dal lavoro e che quei milioni di persone – se non avranno reddito – saranno fuori dal mercato e non che comprerannno i loro prodotti». La richiesta di un reddito di base garantito, sottolinea Chris Hedges, è un classico esempio di quello che dicevano Karl Marx e Antonio Gramsci: «Quando i capitalisti hanno surplus di capitali e di lavoro, ricorrono alla cultura di massa e all’ideologia, in questo caso inventando il neoliberalismo, per riconfigurare le abitudini di una società e far riassorbire le eccedenze».

Agli albori della Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, il problema dei capitalisti fu risolto in due modi: spese militari e opere pubbliche. Ingenti investimenti nel settore militare e bellico, giustificandoli con l’ideologia del “pericolo rosso”, il comodo motore della guerra fredda, e massicci progetti infrastrutturali, tra cui la costruzione di autostrade, ponti e case, per mandare la gente a vivere fuori città, facendo così aumentare i consumi. «I progetti di ingegneria sociale – scrive Hedges – sono stati fatti nel nome della sicurezza nazionale e del progresso. E hanno reso gli oligarchi dell’epoca sempre più ricchi». L’intera mitologia dell’American Dream? Pura propaganda, per spingere le famiglie a comprar casa: «Una enorme campagna per creare nuove esigenze, nuovi bisogni e nuovi desideri, uno stile di vita completamente nuovo per tutta la popolazione», dice ancora David Harvey. «Servivano lavori ben pagati per sostenere la domanda effettiva: il lavoro e il capitale giunsero così ad Charles Maierun compromesso difficile, spingendo l’apparato statale a favorire una classe operaia “bianca” che doveva guadagnare di più, anche se a spese di altre minoranze, che venivano lasciate fuori».

Quella fase del capitalismo finì quando l’industria si spostò all’estero e i salari cominciarono a ristagnare e a diminuire, mentre il lavoro sindacalizzato e ben pagato finì per scomparire. «I lavori divennero umili e pagati inadeguatamente, la povertà cominciò ad aumentare». Gli oligarchi, aggiunge Hedges, cominciarono a infiltrarsi –  per guadagnarci sopra –  nei servizi sociali dello Stato: istruzione e assistenza sanitaria, servizi militari, raccolta dati per l’intelligence, prigioni e utenze pubbliche come elettricità e acqua. Come si legge su una pubblicazione della San Francisco Federal Reserve, l’intero paese – e per estensione gli oligarchi – non riuscivano più ad uscire dalla crisi «solo costruendo case e riempiendole di cose». Gli Usa negli anni ‘70, si spostarono da quello che lo storico Charles Maier chiamava un “impero della produzione” verso “un impero del consumo”. Fu allora, dice Hedges, «che cominciammo a prendere dei prestiti per mantenere uno stile di vita e un impero che non potevamo più permetterci». Nell’“impero del consumo”, il profitto non si ricava più dalla fabbricazione di prodotti, «ma dalla privatizzazione e dall’aumento dei costi dei servizi di base, di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, e dal consentire a banche e hedge-fund di imporre un debito forzato e punitivo sulla popolazione, scommettendo sulla tecnologia e creando delle bolle di debito per lo studio e per la casa».

La vecchia ideologia del New Deal, del governo che orchestrava enormi progetti di ingegneria sociale – lavori pubblici, guerra alla povertà – per Hedges «è stata sostituita da una nuova ideologia per giustificare un’altra forma di capitalismo predatorio». Nella sua “Breve storia del neoliberismo”, lo stesso David Harvey l’operazione neoliberale «un progetto per ripristinare il potere di classe» sulla scia della crisi economica degli anni ’70. Lo disse anche il politologo Samuel Huntington, uomo della Trilaterale, che parlo di un  “excess of democracy” nell’America degli anni ’60 e ’70. Missione compiuta: lo scopo è stato raggiunto. Il neoliberismo, scrisse Harvey, è «un teorema di prassi politico-economiche che propone che il benessere umano possa progredire meglio dando una maggior libertà all’imprenditoria individuale, nell’ambito di un quadro istituzionale caratterizzato da forti diritti per la proprietà privata, per il libero mercato e per il libero scambio». Gli oligarchi americani, scrive oggi Chris Hedges, hanno screditato i movimenti populisti degli anni ’60 e ’70 che svolsero un ruolo vitale nello spingere i governi a realizzare programmi per il bene comune e per limitare il saccheggio da parte delle corporations. Hanno John Ralston Sauldemonizzato il governo che, come scrive il filosofo canadese John Ralston Saul, «è l’unico meccanismo organizzato che rende possibile quel livello di disinteresse condiviso che si chiama bene pubblico».

All’improvviso – lo spiegarono benissimo Margaret Thatcher e Ronald Reagan, due dei maggiori sostenitori politici del neoliberismo – il governo diventò il problema. «Una campagna di propaganda neoliberista ha indottrinato con successo gran parte della popolazione, che cominciò a chiedere di essere schiavizzata». Secondo Hedges, «l’ideologia del neoliberismo non ha mai avuto senso: è una truffa. Nessuna società può governarsi efficacemente basando le proprie decisioni e la propria politica sui dettami del mercato, che è diventato un Dio». Tutto e tutti vengono sacrificati sul suo altare, in nome del progresso. La disuguaglianza sociale è aumentata. E  in mezzo alle rovine, «i predicatori del neoliberismo invocano l’arrivo di un nuovo Eden, subito dopo il dolore e la distruzione». Aggiunge Hedges: «L’ideologia del neoliberismo è utopistica, se usassimo la parola “utopia” nel senso in cui la intendeva Thomas More – dalle parole greche “no” e “luogo”». Ovvero: vivere in una ideologia che ha aspettative utopiche significa non vivere in nessun posto, sopravvivere in un limbo, scrive Saul: «Non vivere da nessuna parte, vivere in un vuoto dove l’illusione della realtà è creata di solito da formule razionali altamente sofisticate».

Le multinazionali, aggiunge Hedges, hanno usato la loro ricchezza e il loro potereper far diventare questa ideologia una dottrina dominante. Hanno creato centrali di propaganda ben finanziate, come la Heritage Foundation. «Hanno preso il controllo di facoltà di economia nelle università e hanno permesso alle voci dei loro cortigiani di trovare forte eco sui media: chi osava mettere in dubbio quella dottrina veniva espulso come un eretico del medioevo, le loro carriere venivano bloccate e le loro voci attenuate o ridotte al silenzio». Contraddizioni, menzogne ed errori nell’ideologia neoliberista «sono stati ignorati da chi ha dominato il discorso nazionale, portando frustrazione e rabbia crescente tra una popolazione ormai abbandonata e tradita». I fautori del dogma neoliberista «hanno sempre dato la colpa agli altri – musulmani, lavoratori senza documenti, afro-americani, gay, femministe, liberali, intellettuali e, naturalmente, al governo – in una spirale che porta sempre più in basso». I politici? «Asserviti agli interessi degli oligarchi delle corporations». In America, ai bianchi – dopo che avevano perso Trumptutto – hanno detto che i loro guai «erano stati causati dall’arrivo di questi gruppi di emarginati e da un assalto culturale fatto alla loro identità e ai loro valori nazionali, non al saccheggio fatto dalle corporations».

E’ stata solo questione di tempo, continua Hedges, prima che questa menzogna «sfociasse in quel discorso di odio xenofobo e razzista che ormai domina la vita politicaamericana e che ha portato alla nascita di demagoghi imbecilli e pericolosi come Donald Trump». Ognuno dei punti di forza della globalizzazione ha ormai assunto un significato contrario, scrive Saul: «L’abbassamento dei requisiti per le imprese di avere residenza in una nazione si è trasformato in uno strumento di massiccia evasione fiscale. L’idea di un sistema economico globale ha fatto sembrare, misteriosamente, la povertà intorno a noi un qualcosa di irreale ma anche normale. Il declino della classe media – base della democrazia – improvvisamente sembra essere solo una di quelle cose che succedono, sfortunate ma inevitabili». Che la classe operaia – la più bassa, insieme allo strato inferiore della classe media – potesse appena sopravvivere facendo due lavori, sembra «la punizione prevista per non aver tenuto il passo con i tempi». Da una parte i super-bonus concessi ai manager, dall’altra il tenore di vita di famiglie «dove si lavora per quattro». Tutto questo è abnorme, eppure «ha cominciato a sembrare inevitabile, in un mondo globalizzato».

Per due decenni, aggiunge John Ralston Saul, un consenso unanime di tutte le élite ha insistito sul fatto che il debito insostenibile del terzo mondo non potesse essere cancellato, «per una sorta di riserva sui crediti inesigibili, perché sarebbero stati traditi i principi essenziali e gli obblighi morali del globalismo, incluso il rispetto incrollabile per la santità dei contratti internazionali». Ci sono volute un paio di settimane nel 2009 per scordarsi di quella “santità” e per inventarsi le “bad banks” «che si sono assorbite tutti i loro stessi crediti inesigibili». Gli oligarchi, scrive Hedges, mascherano la loro crudeltà e la loro avidità con un moralismo vuoto. «Sostengono di difendere i diritti delle donne, la diversità e l’inclusività, purché le donne e le persone di colore siano funzionali al progetto neoliberale delle corporations». La “gig economy” americana, dice Hedges, è una nuova forma di servitù della gleba. Classico esempio, il settore privatizzato dei trasporti: «Corporations come Lyft usano lobbisti e  campagne di donazioni per liberarsi dai controlli previsti dalle norme. Costringono lavoratori a tempo mal pagati, che lavorano senza nessun benefit, a lavorare 16 ore al giorno in una corsa che non vede fine. Questo modello economico neoliberista sta distruggendo i servizi di taxi e di noleggio con conducente regolamentati, costringendo gli autisti, che una Zuckerberg e Muskvolta riuscivano a guadagnarsi un reddito decente, in uno stato di povertà, di bancarotta, pignoramenti, sfratti e perfino al suicidio».

Falsi obiettivi, specchietti per le allodole: «Combattendo le diversità di genere, la disuguaglianza sessuale e il razzismo sul posto di lavoro, anziché le disuguaglianze economiche, denunciando le sparatorie sulle masse anziché la violenza fuori controllo della polizia e le retate di massa, queste società nascondono la loro complicità nella disintegrazione della società. Il loro vuoto moralismo e la loro falsa pietà – scrice Hedges – sono una versione aggiornata della trovata pubblicitaria che John D. Rockefeller – la cui fortuna personale ammontava a 900 milioni di dollari nel 1913, cioè 189,6 miliardi di dollari in termini odierni – usava quando regalava lucenti “dimes” nuovi a gente sconosciuta». Il neoliberismo, conclude Hedges, preannuncia il ritorno ai peggiori giorni di quel capitalismo senza regole, dopo la Rivoluzione Industriale, quando ai lavoratori venivano negati un salario di sussistenza e condizioni di lavoro dignitose e sicure. «Gli Il sorriso dello Stregattooligarchi non sono cambiati. Si espongono, ma solo per i loro interessi. Non vedono il governo come una istituzione per difendere e promuovere i diritti e le esigenze dei cittadini. Lo vedono come un impedimento al loro profitto, ad uno sfruttamento senza limiti».

«Gli esseri umani, per gli oligarchi, sono merci. Servono solo per aumentare la loro ricchezza e poi possono essere buttati via». Reddito minimo per tutti? Sì, ma soltanto per evitare che muoiano di fame, che schiumino di rabbia, che smettano di acquistare merci e pagare le bollette. «Gli oligarchi non proporrebbero programmi come il reddito di base garantito, a meno che non intendano ricavarne un utile. E’ così che sono cablati». Non lasciamoci ingannare, avverte Hedges: le loro sono «moine e viscide promesse», che ricordano quelle dello Stregatto creato da Lewis Carroll, il demone che affronta Alice nel Paese delle Meraviglie. Alice chiese allo Stregatto, che era seduto su un albero: che strada prendo? Il gatto le rispose con una domanda: dove vuoi andare? Non lo so, rispose Alice. Allora, disse il gatto, non importa dove finirai. Adesso ci sovrastano, gli Stregatti del neoliberismo globalizzato, forti del loro strapotere. «Il loro scopo è spargere confusione, mentre loro stanno aumentando il grado di sfruttamento», chiosa Chris Hedges. «Più sarà lungo il tempo che le élite ci tengono all’oscuro di tutto con i loro trucchi ideologici e il loro vuoto moralismo, più noi ci rifiuteremo di mobilitarci per fermare la loro stretta sul potere, peggio sarà per tutti noi».

Fonte: libreidee

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Un pensiero su “Reddito di cittadinanza: è il piano (infernale) degli oligarchi

  1. Il reddito di cittadinanza è un’elemosina se consideriamo che il debito non esiste essendo basato sulla frode di creazione di denaro dal nulla.La loro piu’ grande paura è proprio questa,dipende solo da noi se
    accettarlo o pretendere la restituzione del maltolto,interessi compresi beninteso e retroattivi.

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