Quel “complotto” Fbi contro Trump: così informavano i democratici Usa

epa05050835 US President Barack Obama speaks during a press conference at ODCE in Paris, France, 01 December 2015. Obama is in Paris to attend at the 21st Conference of the Parties (COP21) held in Paris from 30 November to 11 December aimed at reaching an international agreement to limit greenhouse gas emissions and curtail climate change.  EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Arrivano nuove rivelazioni sul filone d’indagine che riguarda i messaggi fra Lisa Page e Peter Strzok, i due amanti e funzionari dell’Fbi che gravitavano intorno al Russiagate e al team che investigava sulle famigerate mail di Hillary Clintondurante la campagna elettorale del 2016. E queste rivelazioni riguardano anche Barack Obama. Alcuni giorni fa, avevamo parlato di alcuni messaggi inviati fra i due agenti del Bureau in cui si faceva riferimento a una presunta “società segreta”all’interno del deep-State nata allo scopo di bloccare l’elezione di Donald Trumpqualora avesse battuto Hillary Clinton. Una notizia che, se fondata, farebbe crollare già di per sé buona parte dell’impianto accusatorio su cui l’Fbi e il dipartimento di Giustizia fondano le proprie indagini sulle interferenze russe poiché dimostrerebbe un assoluto pregiudizio politico dietro le accuse rivolte al presidente e, in ultima analisi, la certezza che vi sia stato un vero e proprio complotto ordito da un segmento della polizia e delle autorità americane al solo scopo di colpire il presidente Trump. Adesso, le indagini su questo filone che riguarda i messaggi cominciano a rivelare qualcosa di più scottante: anche Barack Obama sapeva di quello che stava avvenendo. Come riporta Fox News, tra i messaggi di testo tra i due agenti dell’Fbi, ve ne sono alcuni in cui si dice esplicitamente che Barack Obama volesse “sapere tutto” sul lavoro del Bureau. Nella nuova serie di messaggi di testo del 2 settembre 2016, Lisa Page menzionava Obama nel contesto di un briefing con l’allora direttore dell’Fbi James Comey e, riferendosi alla riunione di lavoro, Page scrive: “Sì,  potus vuole sapere tutto quello che stiamo facendo”. Potus è l’acronimo per “Presidente of the United States”.

Gli scambi di messaggi sembrano dunque contraddire le affermazioni di Obama secondo cui egli non aveva discusso in alcun modo dell’inchiesta di Clinton con James Comey e che aveva mantenuto un’assoluta imparzialità data dal suo incarico presidenziale. Evidentemente, stando a quanto si dicevano i due agenti, non era così. Il presidente Obama voleva essere tenuto al corrente di ogni novità interessante che potesse riguardare le indagini sulle email di Hillary Clinton, con evidenti possibilità di interferire (lui sì) sulle autorità investigative. Uno scenario che cambierebbe radicalmente la prospettiva sul lavoro svolto dall’Fbi e dalla Giustizia americana. E adesso sono in molti a voler vederci chiaro, soprattutto i repubblicani a Capitol Hill e alla Casa Bianca. “I testi Fbi sono delle bombe!” ha twittato il presidente Trump mercoledì mattina. Ed è impossibile dargli torto. Messe insieme a quelli sulla “società segreta” e sull’assicurazione che questa società avrebbe fatto di tutto per fermare Trump, l’idea che anche il presidente Obama fosse al corrente di queste indagini e che volesse sapere tutto quanto avveniva negli uffici centrali dimostra che c’era qualcosa in più di un semplice pregiudizio politico di alcuni componenti del tema di Mueller e di Comey. Si parla a questa punto di una vera e propria ingerenza dei democratici nell’inchiesta per colpire un candidato alla Casa Bianca. E i testi che giungono dalla commissione d’inchiesta di Capitol Hill non fanno che dimostrare sempre di più questa politicizzazione delle indagini. Nei messaggi, appare evidente che uno dei due agenti intercettatati, Strzok, era molto legato al numero due dell’Fbi, Andrew McCabe, funzionario che, come ricorda Maria Giovanna Maglie per Dagospia, fu costretto alla dimissioni “perché è venuto fuori il suo ruolo nell’utilizzare il memorandum preparato contro Trump da una spia inglese, Christopher Steele, su mandato di una società che rappresentava Hillary Clinton e il Comitato Democratico”. Il 28 settembre 2016, il signor Strzok ha mandato un messaggio alla signora Page in cui si diceva che era stato convocato all’ufficio di McCabe dopo che alcune delle e-mail di Hillary Clinton in questione erano state mostrate sul portatile dell’ex rappresentante dem Anthony Weiner, democratico di New York, in un’indagine non correlata. La moglie del signor Weiner era l’assistente di Clinton, Huma Abedin.

Ron Johnson insieme ad alcuni componenti delle commissioni del Senato Homeland Security e Governmental Affairs, ha inserito tutto nel rapporto “The Clinton Email Scandal and the Fbi’s Investigation of it”. Un rapporto molto interessante perché dimostrerebbe una sorta di vera e propria contro-verità alle indagini del Russiagate e che, con i suoi testi pubblicati, rivelerebbe un lavoro oscuro da parte dei democratici per influire direttamente sulla giustizia. Quello che sta uscendo in questi giorni è una complicità fuori discussione fra Fbi, Giustizia, Partito democratico e presidenza degli Stati Uniti. Il tutto con una certa complicità mediatica, che tende a dare pochissima visibilità a queste nuove rivelazioni, tranne che nei media più vicini al Partito repubblicano. Inutile domandarsi cosa sarebbe successo se queste rivelazioni fossero state fatte nel filone d’indagine contro Donald Trump. Probabilmente oggi anche i nostri telegiornali aprirebbero con le notizie per colpire il presidente. Ma anche in questo si vede quel doppiopesismo ideologico che molto spesso nasconde, come visto, trame molto più profonde.

Fonte: occhidellaguerra

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