Il coraggio di Imposimato, in quest’Italia senza giustizia

«Un paese si salva dalla rovina solo se tutti i cittadini vivono in una condizione di dignità». E’ il testamento spirituale di Ferdinando Imposimato, alto magistrato e uomo libero, senza paura di affrontare il vero potere: nell’Italia politica delle anime morte ha attaccato il decreto Lorenzin sui vaccini, ha denunciato il ruolo della mafia nella rete ferroviaria Tav e ha accusato la cupola Gladio-Bilderberg per il caso Moro, evento simbolo della strategia della tensione che manipolò le Brigate Rosse per azzoppare il paese. E’ arrivato a minacciare di trascinare gli Stati Uniti al Tribunale dell’Aja, per aver deliberatamente ignorato i preparativi terroristici del maxi-attentato dell’11 Settembre, che poi ha proiettato la “guerra americana” in mezzo mondo. Già presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Imposimato – spentosi a Roma il 2 gennaio all’età di 81 anni – non amava i giri di parole. «Ormai sappiamo tutto della strategia del terrore», disse, presentando il recente saggio “La repubblica delle stragi impunite”. Quella strategia «fu attuata dalla struttura Gladio (Stay Behind) in supporto ai servizi segreti (non deviati) italiani. Serviva a scoraggiare l’instaurarsi di governi di sinistra ed era orchestrata dalla Cia».

Nell’ultimo video postato sul suo profilo Facebook, il suo testamento politico: «Gli obiettivi che un paese civile deve perseguire sono l’eguaglianza dei diritti sociali e la solidarietà, compito non solo della Repubblica ma di tutti i cittadini verso i più Ferdinando Imposimatobisognosi». Era un uomo della sinistra: tra il 1987 e il 1992 era stato senatore, prima nelle liste del Pci poi diventato Pds, mentre negli ultimi anni il suo nome era stato scelto dai grillini come ideale candidato presidente della Repubblica. È stato giudice istruttore dei più importanti casi di terrorismo, tra cui il rapimento di Aldo Moro del 1978, l’attentato al Papa Giovanni Paolo II del 1981, l’omicidio del vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet e dei giudici Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione. A lungo, ricorda “Repubblica”, Imposimato si è occupato anche di mafia e camorra, istruendo il processo contro Michele Sindona, il banchiere legato alla mafia, e quello contro la Banda della Magliana. «L’11 ottobre 1983 il magistrato viene colpito da un grave lutto, perchè viene ucciso dalla camorra il fratello Franco, sindacalista». Rappresaglia: vendetta incrociata. «Per veder riconoscere la matrice mafiosa e camorristica del delitto si è dovuto attendere fino al 2000».

Riguardo al caso Moro, ricorda la “Stampa”, Imposimato riteneva che, attraverso i servizi segreti, «esistesse un filo rosso che univa tutta una serie di delitti politici avvenuti in Italia, a partire dalla strage di Portella della Ginestra per arrivare agli omicidi di Falcone e Borsellino». Tra le “verità alternative” alle quali aveva dato voce, annota il quotidiano torinese, «anche quella che Washington conoscesse in anticipo i piani di Al-Qaeda per distruggere le Torri Gemelle, ma non avrebbe fatto nulla per impedire la strage». Per il magistrato, inoltre, «il gruppo Bilderberg avrebbe avuto un ruolo di rilievo nella strategia della tensione italiana, in particolare quello di mandante degli attentati». L’anziano giudice «era rimasto un vero, tenace combattente della giustizia, mai arreso alla verità più facile», lo ricorda Andrea Purgatori sull’“Huffington Post”. «Non aveva Andrea Purgatorimai smesso di guardare indietro per cercare di capire l’oggi. E pur nella confusione di alcune circostanze che metteva insieme spesso consapevolmente, riusciva a trovare sempre una suggestione capace di accendere una luce dietro al mistero di un delitto, di un intrigo, di una sentenza che non gli andava giù».

Negli anni del terrorismo, continua Purgatori, «insieme a Domenico Sica e Rosario Priore, aveva fatto parte della triade di magistrati che si erano sporcati le mani rovistando nel fango della Repubblica pur di venire a capo di mandanti e retroscena di complotti e stragi, sempre tormentato dalla difficoltà di risalire con i soli strumenti della legge la corrente che spesso portava oltre i confini. Verso interessi, influenze, azioni che avevano avuto lo scopo di orientare e piegare il corso della nostra vita politica (il caso Moro) ma anche quella della Chiesa (l’attentato a Giovanni Paolo II, il caso di Emanuela Orlandi)». Per questo, Imposimato «si era convinto che solo un paese capace di rifiutare il primato della ragion di Stato e dei compromessi avrebbe potuto fare pace col proprio passato più oscuro, quello dei segreti inconfessabili: dalla lotta armata alla strategia mafiosa». E adesso, conclude Purgatori, con lui se ne va un altro pezzo di memoria storica difficilmente recuperabile. «Un uomo buono, ma ruvido con chi non apprezzava. Un servitore dello Stato, se questa definizione può ancora avere un senso e un significato».

Fonte: libreidee

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