Ma che diavolo ci sta succedendo?

di Francesco Lamendola

A volte si cercano le risposte sui libri o nella filosofia o chissà dove, quando le si ha lì davanti, proprio sotto il naso. Succede.

E succede che si pensa sempre che le risposte a una domanda difficile debbano essere, anch’esse, estremamente difficili; talmente difficili, che solo in pochi, in pochissimi, potrebbero essere capaci di decifrarle, posto che riescano ad arrivarci. E invece, magari, le risposte sono semplici, di una semplicità addirittura disarmante: proprio perché nessuno pensa che lo siano, tutti ci girano attorno e non le notano neppure, non le degnano d’uno sguardo, benché siano proprio lì, chiare ed evidenti, purché ci si lasci cadere la benda dagli occhi.

Perché è proprio quella benda che abbiamo sugli occhi, che c’impedisce di vedere le cose che abbiamo davanti; e, fuor di metafora, è il blocco mentale da cui siamo affetti, che ci inibisce di trarre le logiche deduzioni da tutti quei fatti che pure la nostra mente è in grado di registrare; ma poi si rifiuta di fare la somma e si perde in ricerche astruse, si mette a cercare la verità lungo strade improbabili, si dilunga e si attarda per sentieri impossibili, che non conducono da nessuna parte.

In altre parole, siamo stati condizionati a non pensare con la nostra testa, ma a lasciare che qualcun altro pensi per noi; siamo stati programmati per vedere solamente le cose che fanno comodo a qualcun altro, e per non vedere assolutamente le cose che tornerebbero utili a noi.

Ci stiamo affannando per capire il momento storico che stiamo vivendo, tuttavia manchiamo continuamente il bersaglio, perché non abbiamo la chiave, o, per essere più esatti, l’abbiamo smarrita; e, senza la chiave, non ci riusciremo mai. Possiamo solo mettere in fila parole, magari anche numeri, statistiche, grafici e diagrammi; possiamo fare dei discorsi molto convincenti, ma solo in teoria; scrivere trattati di sociologia, di psicologia e anche di teologia, e comporre belle tesi di laurea, di quelle da centodieci e lode: ma non ci avvicineremo a quel che stiamo cercando, neppure d’un centimetro.

Quel che dovremmo fare, per prima cosa, è de-condizionarci: toglierci la benda dagli occhi, sbloccare la nostra capacità di riflessione e di ragionamento, che, ora come ora, è completamente bloccata, come un motore imballato. Dobbiamo svegliarci dal sonno ipnotico in cui siamo scivolati: ma qui appare evidente il circolo vizioso: come è possibile svegliarsi, se non ci si rende conto di stare dormendo?

Chi pensa di esser perfettamente sveglio, perfettamente attento e capace di ragionare e di vedere, è ancora dentro il sonno ipnotico, e nessuna forza al mondo potrebbe destarlo. Per destarsi, bisogna avere almeno un vago sospetto di stare dormendo, e, più precisamente, di essere sotto l’effetto ipnotico di un malvagio incantesimo. In altre parole, bisogna avere almeno una centesima parte della propria mente non del tutto addormentata, non del tutto condizionata; bisogna aver conservato una sia pur minima facoltà di sentire e di pensare.

Altrimenti, se qualcuno ci verrà a dire che stiamo dormendo e che la nostra vita si svolge in stato di sonnambulismo, non ci crederemo mai; piuttosto, prenderemo in antipatia colui che ce lo dicesse, lo considereremmo un presuntuoso e un seccatore; e, avendo constatato che di persone come lui ce ne sono in giro pochissime, lo dichiareremmo malato di mente, se non addirittura disturbatore della tranquillità sociale. Le persone di questo tipo le tratteremmo alla stregua di nemici pubblici, da ridurre al silenzio o da mettere comunque in condizione di non dare più fastidio.

Perché questo è ciò che sta a cuore, supremamente e assolutamente, ai dormienti: di non essere destati, di non essere annoiati, di non essere infastiditi. Non vogliono che alcuno li riscuota dai loro sogni voluttuosi; e, se pure i sogni voluttuosi si sono trasformati in incubi, non vogliono essere destati lo stesso. Perfino così, perfino immerso nell’orrore di un incubo, il dormiente preferisce rimanere nel proprio stato: se non altro, s’illude di essere ancora padrone di se stesso; ma se qualcuno viene a dirgli che non lo è più, che si è ridotto alla stregua d’un burattino o di una marionetta, che altri stanno muovendo con dei fili neanche tanto invisibili, si sente assalito da un panico così atroce, da preferire la morte. O da preferire che le cose rimangano così: immerso nell’incubo, ma senza qualcuno che glielo dica.

Chissà, potrebbe sempre succedere qualcosa. Si è talmente abituato e rassegnato alla passività, che non riesce a immaginare di poter fare qualcosa da solo, di potersi e doversi destare; preferisce sperare, se mai dovesse avere un vago sentore di come stanno le cose, che qualcosa succeda per tirarlo fuori di lì, che qualcuno intervenga in suo favore; oh, ma con molta delicatezza, vale a dire senza fargli notare che è a se stesso che deve attribuire la causa principale della propria schiavitù, e che è a se stesso che deve chiedere di fare uno sforzo per liberarsi. No, molto meglio attendere un qualche maestro, un qualche guru, un qualche leader, un qualche taumaturgo che faccia tutto lui, che gli levi il fastidio di doversi destare e liberare da sé. Ecco, quella sarebbe una voce che potrebbe ascoltare, e ascoltare con piacere: la voce del “pifferaio magico”.

Ora, per capire che cosa ci è successo negli ultimi cinquant’anni, basta scendere in strada e osservare, con un minimo di attenzione, quel che ci si presenta davanti agli occhi. Chi ha almeno cinquant’anni, potrà fare un utile confronto coi suoi ricordi di bambino (confronto che potrà anche includere una certa dose di nostalgia, ma che, di per sé, con la nostalgia non c’entra affatto); chi non li ha, dovrà fare assegnamento solo sul proprio buon senso e sulla propria capacità di osservazione: e, sopra tutto, sulla propria capacità di trarre le conclusioni da ciò che vede.

La prima cosa che balza all’occhio, se si è desti e ci si è tolta la benda degli occhi, e se non si dà retta né a quel che dicono i giornali, né a quel che dice la televisione, è che le città non sono più città, ma agglomerati umani e dormitori pubblici; che non c’è più commercio, tranne che nei luoghi turistici, ove circola moneta pregiata, perché non si compra più quel che è necessario, ma quel che ha stabilito la pubblicità, ossia cose assolutamente superflue, quando non addirittura nocive; che non c’è più industria, per la stessa ragione e anche perché l’economia finanziaria, fatta di bolle speculative, di derivati, di astrazioni, si è mangiata fino all’osso l’economia reale, fatta di cose, di lavoro e di denaro autentico, e chi possiede ancora qualcosa, lo ha disinvestito dall’industria e dal commercio e lo ha investito in banca, cioè proprio lì da dove sono partiti la grande truffa e il grande saccheggio planetario; che non ci sono più gli italiani, perché sono stati sostituiti da una folla eterogenea, drenata da ogni parte del Sud del mondo, la quale nulla sa e alla quale nulla importa dell’Italia, e si muove con l’inconsapevolezza e l’arroganza di chi pretende di trovare la sicurezza economica e magari anche il benessere, ma senza dare nulla; che non ci sono più persone, ma solo post-persone, perché, per essere persone, bisogna avere un’anima, bisogna essere desti, bisogna provare sentimenti veri ed essere capaci di pensare, mentre tutte queste cose sono andate perse chissà dove e sono state sostituite da sentimenti artificiali e da pensieri preconfezionati, cioè da non-sentimenti e da non-pensieri.

E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Non ci sono più bambini, perché sono stati sostituiti da precoci vecchietti che intristiscono sui telefonini e sui computer, ma non sanno più sognare e non sanno neppure giocare. Non ci sono più famiglie, perché al loro posto ci sono delle unioni incerte e fluttuanti, che durano fin che se ne ha voglia e poi si sciolgono, se ne formano di nuove, oppure nessuna, i figli stanno un po’ di qua e un po’ di là, i padri si cercano nuove compagne e le madri nuovi compagni, oppure i padri cercano un compagno e le madri cercano una compagna, e, per avere dei figli, ricorrono alle adozioni, magari con la pratica dell’utero in affitto, o alla fecondazione eterologa: e tutto ciò viene ancora chiamato famiglia. C’è un sindaco che legalizza simili unioni e fra poco ci sarà pure il prete, ma la vera famiglia è scomparsa, forse per sempre, annegata nella grande palude dell’edonismo sfrenato, della lussuria e delle passioni disordinate.

Non ci sono più genitori, ma uomini, e soprattutto donne, che comprano animali, specialmente cani, e li curano, li nutrono, li agghindano e li vezzeggiano come i figli che non hanno, o che hanno soppresso mediante l’aborto volontario. Osservate la scena, sempre più frequente, di due signore che s’incontrano per strada, ciascuna col proprio cane al guinzaglio: “Che carino! Quanti anni ha?” E l’altra: “Cinque: li compie proprio oggi”. E la prima: “Ma dài! Tanti auguri, allora, per il suo compleanno!”, “Guarda che amore, guarda quant’è carino!” Sono esattamente le stesse parole, le stesse frasi che le mamme, incontrandosi ai giardini, quarant’anni fa, si scambiavano a proposito dei loro bambini. Agghiacciante.

Non c’è più una scuola, né una università, ma, al loro posto, ci sono dei luoghi d’incretinimento accelerato e collettivo, nei quali si spaccia la menzogna per verità e si denigra la verità chiamandola menzogna; e dove, soprattutto, si insegna ai giovani a non pensare assolutamente, a non usare il proprio cervello, a non fidarsi di ciò che dice loro l’evidenza, ma a credere, piuttosto, a quanto c’è scritto nei libri, che è frutto, a sua volta, della Grande Menzogna con la quale il malvagio incantatore ha ipnotizzato tutto e tutti.

E avanti con il nostro elenco. Non c’è più lo sport, ma, al suo posto, ci sono delle squadre, formate in gran parte da stranieri, che funzionano solo come macchine per fare soldi, e che somministrano agli atleti sostanze chimiche per migliorare le loro prestazioni, ma per un giovane italiano “pulito”, che abbia voglia di fare sport, con passione, con perseveranza, non c’è più posto: nessuno saprebbe che farsene di lui.

Non c’è più il cinema, ma una mostruosa industria americana per l’incretinimento accelerato del pubblico, che ha ormai invaso tutte le sale e anche gran parte delle programmazioni televisive. Non c’è più arte: basta andare a qualche mostra di pittura, o ammirare – si fa per dire – l’ultima creazione di qualche archistar, tipo il ponte di Calatrava, a Venezia, o l’ultima chiesa modernista: c’è solo materia, ma nessuna idea, nessuna sensibilità.

Non c’è più letteratura, ma solo una industria editoriale che sforna libri stupidi, inutili e scritti malissimo, buoni per venderli e tradurli in decine di milioni di copie e per distribuirli anche nei supermercati, a prezzo scontato. Non c’è più artigianato, perché, se vi si rompe un oggetto personale o un elettrodomestico, vi conviene comperarlo nuovo: sia perché non vale la spesa farlo aggiustare, sia perché non trovate più nessuno che ve lo aggiusti: che si tratti di un paio di scarpe o della lavatrice. Nessuno ha più voglia di fare il calzolaio: si guadagna troppo poco, e inoltre si è smarrita l’arte, si è interrotta la catena generazionale delle competenze.

Oggi nessuno saprebbe più costruire, non diciamo la cattedrale di “Santa Maria del Fiore” a Firenze, o il “Duomo” di Milano, ma neppure il modesto capitello che ornava l’angolo di casa dei nostri nonni. Lo farebbero, sì, però male: costerebbe troppo e si logorerebbe in pochi anni. La verità è che non abbiamo più nemmeno muratori capaci di fare un piccolo lavoro a regola d’arte: abbiamo solo grandi società edili che tirano su palazzoni brutti e anonimi, ove dopo qualche anno sorgono problemi con le piastrelle, con le tubature, con il riscaldamento, con gli ascensori. Le cose fatte in serie sono programmate per non durare: sono non-cose, come gli aeroporti sono non-luoghi e come le folle che si aggirano per i quartieri anonimi sono non-persone.

Ma la cosa più grave di tutte, è la perdita della speranza. Osservate le facce della gente: non sono come quelle di trenta o quarant’anni fa. Sono assenti, atone; spesso sono tristi e preoccupate; ancora più spesso sono dure, con una luce cattiva nello sguardo. La gente si è indurita e incattivita, perché ha perso la speranza. Però non lo vuole ammettere, non lo ammetterebbe mai!

Ma se viviamo nel migliore dei mondi possibili: il mondo della tecnologia, della scienza, del progresso! Il mondo dei diritti umani e dei diritti civili finalmente rispettati! Il mondo dove ogni profugo, vero o falso, ha diritto di asilo; ogni omosessuale ha diritto di sposarsi e di avere dei figli; ogni cretino ha diritto di avere un diploma e anche una laurea; ogni asino calzato e vestito, di andare a votare; e ogni bambino ha diritto di avere due genitori… magari dello stesso sesso, di subire una decina di vaccini obbligatori, di andare a scuola a farsi rincretinire, e di avere il suo telefonino e il suo computer personali.

In un mondo così, non c’è ragione di essere tristi o preoccupati; soprattutto, non c’è ragione di svegliarsi. Meglio continuare a dormire; anche se i dolci sogni voluttuosi si stanno trasformando in incubi. Ma sono incubi di lusso, incubi progressisti: sono i costi inevitabili del benessere; bisogna pagarli senza fare tante storie.

Perdio, non si ha il diritto di essere così ingrati verso la modernità…

Articolo di Francesco Lamendola

Fonte: http://www.accademianuovaitalia.it/

Tratto da: fisicaquantistica

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