Guerra nel Pacifico: l’export dell’Asia non vuole più i dollari

I maggiori paesi asiatici si sono stancati di accettare “carta straccia” in cambio di merci, e stanno abbandonando il dollaro: per questo, stavolta, il rischio di guerra – nel Pacifico – è vicinissimo. Lo sostiene un analista economico come Alberto Micalizzi, allarmato dalla «necessità impellente» dell’America di sostenere la propria economia basata sul debito estero. «Qui non stiamo parlando di interessi strategici di natura politica, di giochi sul prezzo delle materie prime, di pipeline di gas o petrolio o di tatticismi di altro tipo. Stiamo parlando del fatto che gli Usa iniziano a incontrare difficoltà nel finanziare i circa 500 miliardi di dollari di deficit annuo generati dalla bilancia commerciale, cronicamente in passivo perché consumano più di quanto producono e qualcuno deve accettare di rifornirli in cambio di dollari». Tutto questo, sottolinea Micalizzi, sorregge da decenni il tenore di vita degli statunitensi. E la metà del debito estero Usa – precisamente 2.632 miliardi di dollari – è contratto verso quattro paesi dell’estremo oriente». Cina, Giappone, Taiwan e Hong Kong: sono i principali esportatori di merci verso gli Usa, «cioè quelli che finora hanno retto il gioco del disavanzo commerciale» che tiene in piedi l’asimmetrica economia statunitense. Il problema? I fornitori asiatici ci stanno “ripensando”.

Quella montagna colossale di debito, scrive Micalizzi nel suo blog, in un post ripreso da “Megachip”, è raddoppiata dal 2007 ad oggi «per effetto dei contributi federali al salvataggio dei colossi bancari e assicurativi travolti dalla crisi dei subprime e per effetto del “quantitative easing” con il quale la Fed ha creato la più grande bolla speculativa della storia». Secondo Micalizzi, si tratta di una bolla monetaria «che ha un potenziale distruttivo molto maggiore della bolla tecnologica del 2000 e di quella immobiliare del 2007». Fino al 2013, continua l’analista, «gli Usa sono riusciti a ribaltare lo sforzo sui propri partner commerciali», in primis Cina e Giappone: basti pensare che, dei 741 miliardi di dollari di deficit commerciale dell’ultimo anno, ben 344 miliardi rappresentano il deficit sostenuto dalla Cina. «Ed ecco l’evento scatenante: dal 2016 la Cina ha iniziato a diminuire con maggiore convinzione le giacenze di obbligazioni Usa: a fine 2016 siamo a -270 miliardi dal picco del 2013». Un trend che si è accelerato a fine 2016, «tanto che il Giappone ha scavalcato la Cina come quantità assoluta di detenzione di obbligazioni americane».
Parlano i numeri: il Giappone detiene obbligazioni americane per un valore di 1.130 miliardi contro i 1.120 della Cina. E insieme, Cina e Giappone detengono oggi il 38,1% del debito estero Usa. In più, lo stesso Giappone sta cercando di diminuire l’esposizione in dollari. Ufficialmente, continua Micalizzi, la scusa addotta per “fuggire” dal dollaro sta nell’aumento dei tassi Usa, che fa diminuire il prezzo delle obbligazioni provocando perdite in conto capitale. «Ma in realtà, sebbene sia innegabile l’effetto deprezzamento, la posta in gioco è più alta e consiste nella stessa crisi di credibilità del dollaro, la cui quantità in circolazione è da molti considerata pericolosamente alta e ormai fuori controllo, soprattutto perché detenuta in gran parte da Stati e soggetti extra-territoriali». Questa circostanza ha portato il noto guru americano Doug Casey, l’uomo che «ha predetto tutte le principali crisi degli ultimi 25 anni», a rivelare che la Fed «starebbe preparando addirittura la sostituzione del dollaro con una valuta “block-chain” sul modello del bit-coin», cioè una moneta «completamente elettronica».
Dunque, «la Cina sta cercando di uscire dalla sfera valutaria del dollaro». E lo sta facendo «dopo che per anni ha diversificato le proprie esportazioni, creando nel mondo mercati di sbocco alternativi che oggi possono sopportare l’assorbimento di quelle merci che evidentemente i cinesi non sono più disposti a cedere agli Usa semplicemente perché non vogliono più essere pagati in dollari». Ecco perché il problema diventa immediatamente geopolitico nella sua versione peggiore, quella bellica. La Corea del Nord, scrive Micalizzi, «si trova nel crocevia tra Cina, Giappone e sud-est asiatico (e Russia), cioè precisamente il serbatoio di merci che rischiano di prendere altre direzioni». Va anche considerato che «la Cina potrebbe fare da apripista per altri paesi limitrofi, dischiudendo anche ad essi nuovi mercati di sbocco alternativi a quello americano». Ci siamo: «Ecco quindi la miscela esplosiva: la necessità per l’America di difendere i “cassonetti della spazzatura” dove collocare dollari in cambio di merci».
Micalizzi teme l’arrivo imminente di una “guerra pesante”, perché quella in gestazione nel Pacifico «non riguarda obiettivi tattici come avvenne in Iraq», ma obiettivi strategici e decisamente vitali per la superopotenza Usa. Il piano di Washington? Creare le condizioni «per una sorta di “piano Marshall”, cioè una gigantesca operazione di indebitamento spacciata come aiuto alla ricostruzione post-bellica, ma che in realtà costituisca l’embrione di un nuovo mercato di sbocco per le proprie obbligazioni». Secondo l’analista, sarebbe «l’unico modo per continuare a finanziare il deficit commerciale collocando dollari ed obbligazioni che il “libero” mercato sta dimostrando di non gradire più». Allarme rosso: «Mi spaventa il fatto che “la bocca” è grande, e la sola Corea del Nord non riuscirebbe a “sfamare” che una minima parte del fabbisogno di indebitamento. Ecco perché temo che si tratti dell’innesco, più che della vera deflagrazione». Una guerra-lampo contro la Corea del Nord per poi estendere il conflitto all’intera regione? «Questa volta vorrei tanto sbagliarmi», conclude l’analista.

I maggiori paesi asiatici si sono stancati di accettare “carta straccia” in cambio di merci, e stanno abbandonando il dollaro: per questo, stavolta, il rischio di guerra – nel Pacifico – è vicinissimo. Lo sostiene un analista economico come Alberto Micalizzi, Alberto Micalizziallarmato dalla «necessità impellente» dell’America di sostenere la propria economia basata sul debito estero. «Qui non stiamo parlando di interessi strategici di natura politica, di giochi sul prezzo delle materie prime, di pipeline di gas o petrolio o di tatticismi di altro tipo. Stiamo parlando del fatto che gli Usa iniziano a incontrare difficoltà nel finanziare i circa 500 miliardi di dollari di deficit annuo generati dalla bilancia commerciale, cronicamente in passivo perché consumano più di quanto producono e qualcuno deve accettare di rifornirli in cambio di dollari». Tutto questo, sottolinea Micalizzi, sorregge da decenni il tenore di vita degli statunitensi. E la metà del debito estero Usa – precisamente 2.632 miliardi di dollari – è contratto verso quattro paesi dell’estremo oriente». Cina, Giappone, Taiwan e Hong Kong: sono i principali esportatori di merci verso gli Usa, «cioè quelli che finora hanno retto il gioco del disavanzo commerciale» che tiene in piedi l’asimmetrica economia statunitense. Il problema? I fornitori asiatici ci stanno “ripensando”.

Quella montagna colossale di debito, scrive Micalizzi nel suo blog, in un post ripreso da “Megachip”, è raddoppiata dal 2007 ad oggi «per effetto dei contributi federali al salvataggio dei colossi bancari e assicurativi travolti dalla crisi dei subprime e per effetto del “quantitative easing” con il quale la Fed ha creato la più grande bolla speculativa della storia». Secondo Micalizzi, si tratta di una bolla monetaria «che ha un potenziale distruttivo molto maggiore della bolla tecnologica del 2000 e di quella immobiliare del 2007». Fino al 2013, continua l’analista, «gli Usa sono riusciti a ribaltare lo sforzo sui propri partner commerciali», in primis Cina e Giappone: basti pensare che, dei 741 miliardi di dollari di deficit commerciale dell’ultimo anno, ben 344 miliardi rappresentano il deficit sostenuto dalla Cina. «Ed ecco l’evento scatenante: dal 2016 la Cina ha iniziato a diminuire con maggiore convinzione le giacenze di obbligazioni Usa: a fine 2016 siamo a -270 miliardi dal picco del 2013». Doug CaseyUn trend che si è accelerato a fine 2016, «tanto che il Giappone ha scavalcato la Cina come quantità assoluta di detenzione di obbligazioni americane».

Parlano i numeri: il Giappone detiene obbligazioni americane per un valore di 1.130 miliardi contro i 1.120 della Cina. E insieme, Cina e Giappone detengono oggi il 38,1% del debito estero Usa. In più, lo stesso Giappone sta cercando di diminuire l’esposizione in dollari. Ufficialmente, continua Micalizzi, la scusa addotta per “fuggire” dal dollaro sta nell’aumento dei tassi Usa, che fa diminuire il prezzo delle obbligazioni provocando perdite in conto capitale. «Ma in realtà, sebbene sia innegabile l’effetto deprezzamento, la posta in gioco è più alta e consiste nella stessa crisi di credibilità del dollaro, la cui quantità in circolazione è da molti considerata pericolosamente alta e ormai fuori controllo, soprattutto perché detenuta in gran parte da Stati e soggetti extra-territoriali». Questa circostanza ha portato il noto guru americano Doug Casey, l’uomo che «ha predetto tutte le principali crisi degli ultimi 25 anni», a rivelare che la Fed «starebbe preparando addirittura la sostituzione del dollaro con una valuta “block-chain” sul modello del bit-coin», cioè una moneta «completamente elettronica».

Dunque, «la Cina sta cercando di uscire dalla sfera valutaria del dollaro». E lo sta facendo «dopo che per anni ha diversificato le proprie esportazioni, creando nel mondo mercati di sbocco alternativi che oggi possono sopportare l’assorbimento di quelle merci che evidentemente i cinesi non sono più disposti a cedere agli Usa semplicemente perché non vogliono più essere pagati in dollari». Ecco perché il problema diventa immediatamente geopolitico nella sua versione peggiore, quella bellica. La Corea del Nord, scrive Micalizzi, «si trova nel crocevia tra Cina, Giappone e sud-est asiatico (e Russia), cioè precisamente il serbatoio La portaerei cinese Liaoningdi merci che rischiano di prendere altre direzioni». Va anche considerato che «la Cina potrebbe fare da apripista per altri paesi limitrofi, dischiudendo anche ad essi nuovi mercati di sbocco alternativi a quello americano». Ci siamo: «Ecco quindi la miscela esplosiva: la necessità per l’America di difendere i “cassonetti della spazzatura” dove collocare dollari in cambio di merci».

Micalizzi teme l’arrivo imminente di una “guerra pesante”, perché quella in gestazione nel Pacifico «non riguarda obiettivi tattici come avvenne in Iraq», ma obiettivi strategici e decisamente vitali per la superopotenza Usa. Il piano di Washington? Creare le condizioni «per una sorta di “piano Marshall”, cioè una gigantesca operazione di indebitamento spacciata come aiuto alla ricostruzione post-bellica, ma che in realtà costituisca l’embrione di un nuovo mercato di sbocco per le proprie obbligazioni». Secondo l’analista, sarebbe «l’unico modo per continuare a finanziare il deficit commerciale collocando dollari ed obbligazioni che il “libero” mercato sta dimostrando di non gradire più». Allarme rosso: «Mi spaventa il fatto che “la bocca” è grande, e la sola Corea del Nord non riuscirebbe a “sfamare” che una minima parte del fabbisogno di indebitamento. Ecco perché temo che si tratti dell’innesco, più che della vera deflagrazione». Una guerra-lampo contro la Corea del Nord per poi estendere il conflitto all’intera regione? «Questa volta vorrei tanto sbagliarmi», conclude l’analista.

Fonte: libreidee

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