Attacco alla Siria, comanda davvero Trump negli USA?

4316385I primi a gioire per i 60 missili americani lanciati sulla base militare siriana sono i tagliagole, i terroristi, ma anche la Merkel, Hollande e Gentiloni. I leader europei hanno infatti definito “proporzionato” l’attacco di Trump contro la Siria. Il pretesto del bombardamento? Il presunto utilizzo di armi chimiche da parte dell’esercito siriano contro i civili di Idlib. Come insegna la storia, non è la prima volta che l’utilizzo di armi chimiche, spesso e volentieri non dimostrato, fa scattare immediatamente nuovi bombardamenti e l’esportazione della democrazia USA.

© Foto: fornita da Mirko Molteni

Mirko Molteni, giornalista esperto di storia e argomenti militari

Senza prove, inchieste né appelli all’Organizzazione delle Nazioni Unite, il nuovo presidente americano, che fino al giorno prima affermava di battersi contro il terrorismo al fianco di Mosca, all’improvviso attacca chi il terrorismo lo combatte. Perché Trump scombina le carte in tavola? Il nuovo presidente si è piegato alle pressioni antirusse dell’establishment americano? Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione Mirko Molteni, giornalista esperto di storia e argomenti militari.

—  Sembra di assistere ad un film già visto più volte: si stabilisce un colpevole senza processo e piena certezza delle prove, si agisce di impulso con un attacco, subito seguito da un riattivarsi delle forze di opposizione. Mirko, la Siria secondo te farà la fine della Jugoslavia, dell’Iraq e della Libia?

—  Secondo me non seguirà lo stesso destino fin tanto che una potenza come la Russia vorrà tutelare i propri interessi nella zona, soprattutto la base di Tartus e la base aerea vicino a Latakia. Bisognerà vedere se questo attacco missilistico rimarrà un fatto isolato come quando Bill Clinton lanciò dei missili su una fabbrica farmaceutica in Sudan 1998 accusata di produrre armi chimiche. Finì tutto lì, non ci furono strascichi o addirittura l’arrivo delle truppe americane.

Se l’azione di Trump rimarrà un’azione isolata da intendersi come un messaggio geopolitico che Washington lancia verso i russi, ma anche verso la Corea del Nord oppure l’Iran è un conto; se si tratterà di una serie di iniziative in serie è tutta un’altra storia.

—  Trump ha agito in violazione del diritto internazionale, senza interpellare l’ONU, ma anche in violazione del diritto statunitense, visto che non ha ottenuto il via libera dal Congresso, no?

—  Certamente è un attacco a sorpresa senza alcuna dichiarazione formale di guerra nei confronti del governo di Damasco. Chiaramente è un tipo di azione che presuppone un’avventatezza: se il movente era l’attacco chimico a Idlib e il tutto è successo solo alcuni giorni fa non si è avuto nemmeno il tempo di imbastire una commissione di inchiesta per stabilire se sia stato Assad a lanciare le armi chimiche o meno. Si può parlare di un’azione più che altro politica legata a questioni interne allo stesso governo di Washington.

—  Prima del raid improvviso contro la Siria, la posizione di Trump era in bilico e rischiava l’impeachment. Con questo attacco missilistico non c’è il rischio che si sia alienato anche quella parte di opinione pubblica americana che lo sosteneva?

— Questo attacco potrebbe dare l’idea che Trump sia stato costretto in un certo senso a concedere qualcosa alla gran parte del Congresso e dei funzionari governativi americani che non volevano una vera riconciliazione nei confronti della Russia. Lo si può vedere in queste ore con il fatto che dopo varie polemiche il deputato repubblicano David Nunes è stato costretto a dimettersi dalla Commissione di Inchiesta della Camera del Congresso americano, che indagava sui presunti contatti fra Trump e la Russia in campagna elettorale. Nunes è stato accusato negli ultimi giorni di avere avvertito Trump del fatto che i servizi segreti americani lo avrebbero “accidentalmente” intercettato.

—  L’attacco contro la Siria dimostra, se vogliamo, che Trump non decide più di tanto negli Stati Uniti?

—  Bisogna capire chi comanda veramente negli Stati Uniti. Trump aveva detto la settimana scorsa che il vero problema non era Assad, ma l’ISIS e in generale il terrorismo. Non era affatto prioritario per lui cambiare il governo a Damasco. Il fatto che in pochi giorni si sia avuta questa giravolta politica indica che Trump, per quanto personalmente possa rimanere convinto che non è Assad il problema, è tenuto sotto pressione da vari elementi del Pentagono, della CIA, dei fattori quindi legati alla precedente amministrazione Obama.

Dalle notizie che emergono oggi sembra che i 59 missili abbiano provocato pochi danni, perché la maggior parte degli aerei siriani erano stati sgombrati da quella base. Si parla di un numero limitato di vittime e danni in proporzione ai 59 missili. Per il momento si può parlare di un raid più politico che militare.

Leggi art. completo: it.sputniknews

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