La disfatta finale di re Giorgio, gran maestro di riforme fallite

Napolitano ha continuato a fare il regista bacchettando Renzi pur non essendo più presidente. Ed è stato punito

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Di: Roberto Scafuri

Poi un giorno, in sede di rivisitazione storica e pubblica ammenda, occorrerà anche occuparsi di una certa, discreta perseveranza.

La perseveranza nell’errore, che pure domina nella lunga e fortunata parabola di Giorgio Napolitano, Giorgio ‘o Sicch’, come lo definì la giovane Miriam Mafai per distinguerlo, tracciandone una linea di demarcazione più umana che politica, da Giorgio ‘o Chiatto, ovvero Amendola, di cui Napolitano era dichiarato sempiterno allievo. Ex pugile, generoso, roboante nell’eloquio quest’ultimo, almeno quanto di figura segaligna, fredda e aristocraticamente allampanata risultava il primo. Gelido pure nell’eloquio, con un chè di burokraticheskiy: categoria originata non certo dalla Rivoluzione bolscevica, ma che a Mosca aveva trovato la sua arida realizzazione con la capacità imperturbabile di negare l’innegabile e tacere l’evidenza, al fine di azzerare persino la memoria.

L’ingloriosa, prematura fine di Matteo Renzi, ultima delle sue invenzioni politiche, designa anche la morte per esaurimento della spinta propulsiva che Napolitano, per opera e virtù sconosciute, ha perseverato a inseguire in Italia. Riconducendo quel che era un ritardo di adeguamento, una fragilità politica, un’incapacità gestionale, se vogliamo, alla chimera delle riforme costituzionali, in particolare al taglio di alcuni rami secchi, e che pure non avrebbero cambiato un checché della vita dell’italiano medio. Il fatto è che Napolitano, due volte sugli altari del Quirinale per asfissia di leader adeguati, della vita della gente comune non ne ha mai voluto sentir parlare. Anche perché poco ne capisce e ancor meno gliene cale. La sua essendo una parabola vissuta nella Napoli del Dopoguerra, eppure talmente «bene» da concepire la rivoluzione come strumento d’ordine e «pacificazione» alla sovietica. Carri armati e rimozione, come quando l’ormai ottuagenario presidente recò omaggio alla tomba dell’insorto Nagy del ’56, e non una parola lambì gli errori fatti da gran parte dei dirigenti comunisti occidentali. In primis, dal Sé medesimo.

Volendo ricordare, il parto che ha indotto all’afonia persino la categoria dei «tecnici», l’ha inventato Re Giorgio, calando dall’alto l’imbranato bocconiano Monti. Così l’illusione di bruciare un giovane sull’altare, quando sostituì il primo con il giovanile Letta junior, mai difeso davanti all’irrompere del Carroarmato rottamatore. Come nelle famiglie gattopardesche, il tutto-cambi-perché-nulla- cambi aveva nel frattempo fatto nascere il mostriciattolo renziano: all’inizio temuto, poi sopportato, infine cooptato come una balia di rito scozzese che ne volesse allettare l’appetito crescente con un (bel) po’ di nastri e suggerimenti. Al punto che, nella più sgangherata campagna referendaria della storia, il prescelto Matteo più volte s’è impappinato nell’incerta paternità delle riforme: a volte rivendicandola, a volte scaricandola su Napolitano. Da Lui, anche non più presidente, Renzi ha accettato rimbrotti e pubbliche reprimende, le critiche sulla personalizzazione (aveva ragione il Gran Vecchio) e quelle sui toni esagitati. Aveva difatti previsto tutto, Giorgio ‘o Sicch’, e pure il tragico epilogo dell’Interposta persona. Come una Cassandra che tutto vede tranne che il baratro personale, dove giacciono inconfessabili errori e (forse) orrori. «Napolitano mi ha scelto per disperazione, non perché fossi il più bravo…», ha ammesso di recente Matteo. Per una volta, con ragione da vendere.

Fonte: ilgiornale

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