Hillary in guai (davvero) grossi Che cosa le ha trovato l’Fbi

1471891689576.jpg-hillary_in_guai__davvero__grossiche_cosa_le_ha_trovato_l_fbiSono due opposte corse contro il tempo, quelle della Clinton e di Trump. La Democratica spera che il Dipartimento di Stato non rilasci, prima del voto, le oltre 15mila email che l’FBI ha recuperato durante la lunga indagine sul server privato e consegnato al ministero retto ora da John Kerry. Queste emails si aggiungono alle 30mila che Hillary aveva consegnato su pressante richiesta del Congresso sostenendo, allora, che erano TUTTE le lettere che avevano un contenuto di interesse pubblico perche’ riguardavano la sua attivita’ da Segretaria di Stato.

Nessuna persona normale ha mai creduto che Hillary, scegliendo lei stessa le lettere da rendere pubbliche, abbia davvero fornito l’intero “tesoro” di scambi riguardanti il suo lavoro da ministra, e tantomeno quelli legati alla Global Clinton Foundation, il carrozzone che custodisce i conflitti di interesse della Famiglia di natura, appunto, Global. Quindi, diventata bruciante la curiosita’ di tutti, inquirenti delle Commissioni congressuali e politici repubblicani, su che cosa ci sia nelle 15mila lettere che Hillary NON aveva voluto consegnare, puo’ essere di importanza decisiva che diventino, o meno, di dominio pubblico prima dell’8 novembre. Se ci saranno pistole fumanti, per esempio l’esposizione di imbarazzanti notizie sui rapporti della Clinton con amici politicamente tossici che hanno fatto versamenti alla sua Fondazione, l’omerta’ protettiva di qualche democratico potrebbe venire meno, mentre potrebbe crescere lo scetticismo degli Indipendenti verso una candidata che ha gia’ l’etichetta della “bugiarda inaffidabile”.

Basti dire che, anche nell’ultimo sondaggio della NBC dove supera Trump di una decina di punti, solo il 10% la definisce “onesta e degna di fiducia”. Dunque, la Clinton incrocia le dita e spera che il suo ex Dipartimento temporeggi, con la scusa di dover fare una approfondita” verifica” delle 15mila nuove email, e le renda pubbliche dopo il voto.

Altra corsa e’ quella del Donald. Si era fatto tanto male da solo, con le stupide uscite sulla famiglia del soldato USA musulmano morto da eroe in Iraq, che i sondaggi fino a meta’ agosto l’hanno dato per finito. La stampa pro Hillary, di qua e di la’ dall’Atlantico, aveva persino fatto girare voci di un complotto nel GOP teso a sostituire Trump nel ticket all’ultimo momento. Si trattava di colpi di coda di qualche repubblicano della fazione ultraminoritaria dei NeverTrump, alcuni saltati sul carro di Hillary, ma l’impressione comunque diffusa era che la sua corsa fosse sostanzialmente finita. Scosso dalla seria paura di perdere, il Donald ha cambiato strategia totalmente. Ora legge solo discorsi organici e coerenti preparati dai consiglieri repubblicani: per esempio, ha fatto capire che potrebbe ammorbidire le sue posizioni sull’immigrazione. Soprattutto, ha smesso di parlare solo di se’, che era la via piu’ sicura per far parlare male di se’ .

Adesso e’ concentrato sulle sue proposte, e i risultati si vedono. Non era mai successo che le pagine degli opinionisti del Wall Street Journal, sempre critici verso di lui, pubblicassero due articoli molti lusinghieri sulla sua linea e sulle sue proposte in due campi cruciali. Nel primo editoriale si legge che il suo programma di tagli fiscali ai profitti aziendali e’ piu’ efficace di quello della Clinton, che propone piu’ tasse, compresa una “exit tax” per le corporation che emigrano all’estero. Trump promette di portare dall’attuale 40% (il livello piu’ alto al mondo) al 15% la percentuale di imposte sui profitti, e cio’ raggiungerebbe concretamente l’obiettivo dichiarato dalla stessa Clinton, ossia la eliminazione del fenomeno dell’esodo delle imprese. Trump favorirebbe il reinvestimento negli USA dei profitti delle aziende, offrendo un tasso di favore del 10% alle societa’ che decidessero di rimpatriare i 2 miliardi di dollari di profitti oggi detenuti (legalmente) all’estero. La legge americana e’ l’unica che impone una tassa doppia alle multinazionali americane, che pagano sui profitti esteri secondo le norme del paese dove operano, ma poi devono pagare pure le imposte USA sugli stessi profitti se li riportano in America.

In un altro articolo, e’ stato l’ex ambasciatore all’ONU John Bolton a tessere le lodi della determinazione di Trump nel fare la lotta ideologica contro la jihad, promuovendo la sua politica estera e antiterroristica. Infine, su Fox News, l’ex braccio destro di George Bush, Karl Rove, sempre molto critico con Trump, gli ha fatto i complimenti per essere andato di persona nella Louisiana alluvionata, nel contempo ricordando l’errore che fece Bush presidente di sorvolare solo New Orleans durante l’uragano Katrina, e criticando il presidente attuale, Obama, che andra’ in visita alle zone colpite soltanto domani, molti giorni dopo Donald. Insomma, cacciato il manager di prima Paul Manafort, Trump sta cominciando a raccogliere qualche frutto grazie al lavoro dei due nuovi manager, la sondaggista Kellyanne Conway e il direttore di Breitbart News Stephen Bannon.

Il sondaggio di oggi del Los Angeles Times, che usa pero’ una metodologia diversa da quelle tradizionali, lo pone davanti di due punti. E’ una prima boccata di ossigeno, ma il rimbalzo dovra’ essere confermato nelle prossime settimane dalla media delle rilevazioni curata da RCP per essere credibile. Trump ha 75 giorni per recuperare, ma lui puo’ solo migliorare con la sua rincorsa, cambiando come sta facendo. Hillary non puo’ piu’ cambiare in meglio, ma solo peggiorare con eventuali novita’ dalle emails, che possono essere solo negative.

Fonte: liberoquotidiano

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